Liberi di scegliere

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Liberi di scegliere

Linee politico-programmatiche per la candidatura alla Segreteria Provinciale di Foggia

Non è più il tempo delle frasi ad effetto e degli slogan sbrigativi. Per questo non è più tempo delle scelte scontate, bisogna OSARE.

Ci sono urgenze che chiamano a una riflessione profonda, che impongono un cambio di passo che non può più essere procrastinato in nome di impellenze elettorali o della necessità di tutelare l’unità del partito. Un’unità invocata come un mantra, ma di plastica, perché è solo un orpello semantico. La coperta corta che cela una preoccupante incapacità di confrontarsi democraticamente su questioni politiche rilevanti per la comunità e una patologica e grave indisponibilità ad accettare il fatto che è necessario un confronto democratico sulle idee e sulle proposte, che scegliere un segretario vuol dire scegliere una precisa linea politica e per questo tale scelta andrebbe fatta a prescindere dalle convenienze personali del momento.

Da tempo viviamo in un partito ridotto agli scambi incrociati di comunicati stampa, sempre meno luogo del confronto e della sintesi tra le democratiche e i democratici di Capitanata. Un Partito aperto solo al ceto politico e non alle persone, usato per le più o meno fondate ambizioni di scalata politica e/o istituzionale, dove il PD viene usato come nastro trasportatore.

Un partito che arriva sempre troppo tardi, sempre DOPO.

DOPO alleanze sorrette da nient’altro se non dalla necessità di garantire di volta in volta, la candidatura e/o la vittoria elettorale di questo o di quello.

DOPO l’abiura di programmi e progetti precedentemente e concordemente definiti, ma rivelatisi ex post, a contingenze e convenienze personali mutate, non più attuabili……e poco importa se quella abiura comporta – come di fatto più volte ha comportato – il sacrificio di compagni di viaggio e sostenitori…….tanto com’è che si dice? In politica conta il consenso, e piuttosto che costruirlo, faticosamente, con le cose da fare e con le cose fatte, meglio fare accordi con chi quel consenso già ce l’ha… 

DOPO la più volte rimarcata – e non attuata – necessità di alzare una diga rispetto a un certo modo di declinare il ruolo istituzionale, al di fuori del partito e a prescindere da ogni confronto con gli iscritti e i dirigenti.

DOPO che il paradigma del “divide et impera”, ha di fatto asfaltato circoli e talenti, provocando la disaffezione e l’allontanamento di molti. Un governo nel segno del “divide et impera”, in nome dell’inconfessato ed inconfessabile bisogno di regnare in modo incontrastato, a qualsiasi costo, a costo di qualsiasi alleanza…. perché – certuni lo sanno e lo fanno benissimo – c’è una politica che si dice e una politica che si fa e chi prova ad allineare i due dati è destinato a morire soffocato nel sangue della sua colpevole ingenuità. Ingenuità, la chiamano……andrebbe chiamata più banalmente CHIAREZZA,COERENZA E LEALTA’.

Certo, potremmo chiudere ogni questione consegnandoci alla convinzione dell’ineluttabilità di certi modi di fare politica, facendo finta che nessuno abbia provato a scalare NON democraticamente il Partito Democratico, soprattutto di Capitanata e, per il suo tramite, i ruoli istituzionali.

Potremmo fare così, ma così non si potrebbe e dovrebbe fare, salvo che non ci si voglia ineluttabilmente condannare a una vista sempre più bassa, più corta, più reclina su stessa e a una mentalità radicata fatta di complicità e di inerzie fossilizzate da anni.

Non se ne può più – e sono in tanti a pensarlo – di fare ricorso a una “saggezza” di maniera  che ci suggerisce di guardare dall’altra parte, oltre, per evitare di complicarci la vita, di essere impallinati da questo o quel potente di turno, per continuare a provare il sadico “piacere” di dire che nulla ci piace, rivendicando la nostra diversità. E tuttavia incapaci di trasformare questa diversità in forza propositiva, nel propellente necessario per far finalmente partire quella RIGENERAZIONE tanto invocata, ma allo stato ancora solo un proposito.

RIGENERAZIONE di sostanza, non quella in vitro fatta in laboratorio, dove a maneggiare i vetrini e le provette sono sempre i soliti signori del RISIKO.

Strappiamolo il sipario una volta per tutte e proviamo a mettere mano a questo grande incompiuto che è il PD di Capitanata, il partito del dopo o del non ancora.

La forza dei circoli appare svanita, dissolta, perduta. Il radicamento nei territori è nostalgia.

Il Partito sembra un foglio di carta millimetrata e se non ti piace, per te c’è solo il cestino della carta straccia, pieno di fogli, di scarti, di sogni, di partecipazione, di condivisione, di rinnovamento.

Una carta millimetrata dove il piano-lavoro stilato intorno a questo o quel caminetto deve imporsi su qualsiasi alzata di capo, su una soluzione fantasiosa, su una digressione imprevista che potrebbe dare slancio all’azione politica.

È arrivato il momento di rompere certi schemi… abbiamo sviluppato un modello di partito decadente per eccesso di calcolo, con una trama che avvolge come una ragnatela e che esclude ogni movimento diverso da quello del ragno.

Possesso palla ossessivo, soffocamento dell’avversario; la politica che è diventata esercizio di computisteria aziendale – come il calcio che diventa “calcetto” – centomila mosse per fare un tiro che arriva, forse, mezzo metro più in là.

Niente più sudore, fatica, passione, speranza: tutto è organizzato e prevedibile. Quel che conta è conservare la propria posizione, senza più preoccuparsi di ammantare questo proposito con il minimo sindacale di narrazione politica. Almeno per far vedere. Ma no, neanche più quello.

L’estimo ha sostituito l’epica.

Il politico è diventato una sorta di performer, poco importa se dice corbellerie……va bene lo story telling con cui sedurre e non è importante preoccuparsi della veridicità e della qualità della story.

Non si fanno più ragionamenti per convincere, ma si parla per slogan per strappare applausi, per provocare vibrazioni di assenso.

Il consenso viene banalizzato in audience.

Non esiste più la comunità, la nostra comunità, ma tante solitudini che si raccolgono dietro questa o quella figura, ognuna scollegata dagli altri; il rapporto è solo verticale con il capo, mentre la politica e l’opinione pubblica dovrebbero scorrere in orizzontale.

Secessioni individuali e ambizioni personali che hanno sostituito il messaggio collettivo e le aspirazioni comuni.

Il popolo ridotto al rango di spettatore delle varie esibizioni di eloquio, degli svilenti tornei con l’avversario, di logorroiche sfide con i rivali, dei bizantinismi di schieramento, che spesso comportano il rinvio sine die di provvedimenti concreti.

Capi e capetti che hanno in mano il potere di interdizione più che di soluzione.

Qualcuno ha detto che in politica la REALPOLITIK è una virtù. Certo è che c’è sempre uno spread tra quello che ti prefiguri quando ti immagini al governo di una comunità e i dati reali con cui devi fare i conti quando al governo ci sei. Per colmare quella faglia, devi provare a costruire una città a misura delle persone e della loro vita con gli ingredienti che hai a disposizione e nelle condizioni date, senza mai venir meno al tuo corredo valoriale e senza perdere mai di vista la ragione ispiratrice del tuo impegno e il traguardo che vuoi tagliare per il bene della comunità.

Per fare questo è necessario rafforzare il Partito.

Ma, se tutto questo è vero e legittimo, possiamo fermarci un attimo e invece che domandarci soltanto dove ci portano i nuovi iscritti, anche e soprattutto da dove i nuovi iscritti vengono?

Invece di chiederci solo dove i voti ci portano, possiamo fermarci a chiederci da dove quei voti vengono? Da dove vengono i mucchietti di tessere sbucati dal nulla?

Se fare del Partito Democratico un partito allargato e inclusivo significa dare vita a una costruzione politica con le radici e il tronco ben piantato nel territorio del centro sinistra e con le fronde che arrivano ad intercettare il centro, va benissimo…..è così che il PD voleva essere fin dalla sua nascita.

Ma questa è aspirazione ben diversa dal diventare una pura infrastruttura politica indifferenziata priva di una visione ampia, che:

  • restringe la sua base;
  • rafforza e assottiglia il vertice;
  • raccoglie gruppi di interessi contraddittori;
  • si preoccupa di garantire la “progressione in carriera” di alcuni e di pensare a una nuova loro collocazione mentre sta per scadere il termine di durata di quella in corso;
  • garantisce il mantenimento di un reticolo di ambizioni personali, sempre le stesse, sempre degli stessi;
  • chiama a raccolta gli iscritti solo quando si tratta di fare campagna elettorale per questo o quel candidato;
  • celebra se stesso organizzando quelle oramai poche Feste dell’Unità che si organizzano in provincia, strutturate su un dibattito politico che non tiene conto dei temi del momento, delle necessità dei territori, della opportunità di valorizzare il merito e le competenze degli iscritti, ma si preoccupa solo di “cucire” gli interventi sui rappresentanti istituzionali, così che il momento del dibattito è solo il red carpet di questo o quel big.

Il PD inclusivo e aperto non può essere un “partito cartello”, che svolge solo il ruolo di cooptazione del personale politico da portare nelle Istituzioni.

Il PD inclusivo e aperto è un luogo ben diverso da quello  in cui, ad onta dell’auspicata rottamazione, trionfa l’immobilismo e impera una volontà di cambiamento assolutamente falsa.

Il PD inclusivo e aperto è luogo ben diverso da una piattaforma politica dall’ancoraggio incerto e mutevole, in cui i militanti sono perennemente esposti all’esplosione delle rivalità di vecchi e nuovi leader e restano esangui sul campo di battaglia, mentre gli altri, i generali, lo trovano sempre il modo per accordarsi, seduti intorno a un tavolo, il solito, il loro tavolo.

Il PD inclusivo e aperto non può essere trattato come il dehor di un albergo: porte girevoli e prego accomodatevi in salotto, cosa possiamo offrirvi? Un posto nelle liste dei candidati alle regionali? Al Parlamento? Ma sì, dai, che problema c’è? Un posto in lista non si nega a nessuno, anzi, non si nega a quelli che arrivano con la “dote”. 

Il PD inclusivo e aperto non è quello che registra la chiusura di molti circoli, lo svuotamento di quelli che restano; non è quello in cui la politica si fa solo sui social.

Il PD inclusivo e aperto non è quello incapace di sviluppare gli anticorpi rispetto ai suoi rappresentanti coinvolti da inchieste giudiziarie, da rapporti opachi tra dirigenti e pubbliche amministrazioni. Incapace di capire che questo danneggia tutti, perché se in un bicchiere di acqua limpida ci metti dell’acqua torbida, anche solo un po’, succede che quest’ultima sporca tutto e non il contrario.

Il PD aperto e inclusivo non può essere quello rispetto al quale i cittadini sono soltanto il luogo dell’emotività e di contorno del leader.

È arrivato il momento in cui non si può più girare la testa dall’altra parte.

Anche il più benevolo partigiano del PD di Capitanata non può non riconoscere che l’immagine del partito è appannata:

1) il Partito non trae il vantaggio che dovrebbe dal miglioramento, seppur lieve, della situazione economica e dai provvedimenti che stanno rompendo la cortina di ferro di un immobilismo durato decenni;

2) il Partito soffre di una crisi di identità ed esiste un’evidente distonia tra l’immagine del segretario nazionale e quella dei rappresentanti locali; gli scandali, gli assemblaggi di forze e consensi, certi candidati poco credibili danneggiano solo l’immagine del PD.

3) il Partito è diventato il luogo del conflitto e non delle idee, del risentimento e non del sentimento di una sinistra moderna;

4) gli organi collegiali sono diventati irrilevanti, lì non si discute, né si progetta, perché tutto è rinviato all’azione di governo; ma il governo non è per sempre e un partito deve attrezzarsi e organizzarsi sui temi fondamentali sia per la fasi in cui governa, che per quelle in cui è all’opposizione;  

5) le primarie hanno mostrato fenomeni di inquinamento e perso lo smalto iniziale e hanno smesso anche di essere lo strumento migliore per legare il consenso interno con il consenso esterno, per offrire al Paese e ai territori un personale politico in grado di mantenere la promessa di gettare alle spalle modi frusti di fare politica e lasciare a casa qualche pterodattilo, almeno quelli non più sopportabili.

Il tema imperante non può essere la estenuante personalizzazione estrema del confronto politico.

Perché un grande partito seduce per la forza delle sue idee, dei suoi progetti, delle sue convinzioni. E le battaglie si devono fare sulla base di proposte politiche, non solo tra personalità, senza abusi, né astio. Il resto è contorno, utile per vincere, ma inutile per costruire .

Non sarebbe questo il miglior terreno di protagonismo e di sfida, invece del ruolo meccanico e subalterno di chi si limita a dire sempre no, oppure a dire sempre e soltanto si?

Occorre allora un gesto anticonformista e in questo tempo niente è più anticonformista dell’atto comunitario di centinaia di iscritti e militanti di tutte le età di riprendere confidenza con la realtà materiale, con le questioni concrete, con gli scorci della vita collettiva, con la realtà sociale, con le persone. Serve un PD di Capitanata che torni ad essere COMUNITA’

In un Paese dalla democrazia frastornata, in una Capitanata allo sbando, non sarebbe più utile questo invece delle parole più o meno edulcorate e altisonanti degli spin-doctors e dei social?

Perché la politica non si può fare senza un popolo: il populismo è una malattia della politica, ma non meno patologico è il suo contrario, che è l’autismo delle classi dirigenti.

Funzionale a questo autismo è il disimpegno sempre più diffuso, l’indifferenza sempre più convinta, l’assenza di entusiasmo e speranze, il raffreddamento di interesse o l’interessarsi per forza di inerzia.

Occorre allora rompere l’incantesimo della politica spezzata tra un dentro che decide e un fuori che sente di avere un ruolo irrilevante, indifferente all’andamento delle cose politiche.

Il PD perde un’occasione se resta a metà. Non possiamo consentirlo. E il PD di Capitanata in questi anni è troppo spesso rimasto a metà.

Proviamo a diventare quel che avremmo voluto e dovuto essere sin dall’inizio, rimettiamo in campo una coalizione di volenterosi con un progetto, una proposta politica in grado di coinvolgere nuovamente la società civile, quella vera, non il civismo fatto da pezzi di ceto politico che si riciclano, sempre buoni per tutte le stagioni. La società civile quella che per prima sa ciò che serve alle comunità; facciamo affidamento sui talenti, mettendoli a frutto: questo sì che sarebbe un efficace sostegno a favore del rinnovamento.

Rinnovamento che va costruito con una politica coraggiosa e senza scorciatoie, giorno per giorno, investendo sulle persone e nelle competenze. Mettendoci la faccia.

Occorre elaborare un progetto generale, un’idea di futuro capace di radicarsi nel corpo vivo del nostro territorio, delle sue peculiarità e delle sue vocazioni.

È arrivato il momento di tornare a  promuovere una osmosi tra il primato della politica e i pezzi vitali della società, favorendone la dialettica. Di promuovere una proposta politica capace di coinvolgere le intelligenze e le energie migliori della società di Capitanata, quelle che gli scontri tra le corti clientelari lasciano colpevolmente deperire, mortifcandone l’afflato partecipativo.

E poi occorre rivitalizzare i circoli, attraverso un paziente chek-up del PD in Provincia di Foggia, riappropriandoci dell’idea che la politica torni a credere nella possibilità di incarnarsi nelle persone e nelle città. I circoli come “parrocchie laiche”, piene di persone e di parole. È importante dividere la stessa stanza, guardarsi negli occhi, stringersi la mano e prendere fisicamente la parola. Puntare sui circoli e sulla partecipazione fisica non è anacronistico, non è una scommessa passatista contro un ineluttabile mutamento che va verso la “smaterializzazione” sempre più spiccata della società. Per questi motivi i circoli vanno sostenuti attivamente, anche sotto il profilo economico.  

Solo così potremo alzare un solido argine all’astensionismo su un fronte, e sull’altro all’avanzata del grillismo, che – pur se incapace di proposte – si sta strutturando nei territori, anche nel nostro.

Non deve spaventarci il confronto: il confronto, anche veemente, è la fisiologia della vita interna; l’unanimismo ne è la patologia, il tappeto sotto cui nascondere la polvere, lo abbiamo visto.

Lo stesso Segretario nazionale è diventato quello che è grazie a un conflitto che ha scompaginato le dinamiche ossificate del partito. Dunque, un po’ di conflittualità va bene, purché non debordi in una rissa continua, perché una comunità democratica come la nostra deve saper fare tesoro delle differenze interne.

Cosa resta del messaggio di Matteo Renzi, di quel messaggio che lo ha portato a vincere le primarie nel 2013? Cosa possiamo apprendere, come PD di Capitanata, dalla rinnovata fiducia ridatagli dal popolo dei democratici nelle primarie del 30 aprile scorso?

Sembrò aprire una stagione nuova l’ingresso in campo di Matteo Renzi, con la proposta di “rottamare”, non tanto una classe politica vecchia, quanto piuttosto le vecchie modalità della politica molto spesso usate anche dai “giovani”.

A distanza di anni quel messaggio, questo messaggio, dalle nostre parti, è ancora tutto da realizzare. Per farlo occorrono tempo, fatica, testa e cuore, un diffuso empito partecipativo. Non si può pensare solo a vincere e in nome di questa esigenza, impellente, dell’ora e qui, pensare di affermare quell’idea di rinnovamento della politica che è caduta sotto i colpi di una camaleontismo sfrenato, che ne ha inquinato l’intimo nucleo.

La speranza riformatrice richiede tempo per trasformarsi in cronaca, come ha dimostrato l’esperienza dei mille giorni del governo Renzi, per penetrare nella vita delle persone, per costruire comunità a misura delle persone e delle loro vite.

Basta con il successo come valore assoluto; basta con la sfacciata noncuranza per le regole e per i vincoli collettivi; basta con un’ambizione mai frenata da scrupoli etici; basta con una diseducazione civica e politica che favorisce l’imperversare della corruzione o di una classe dirigente non all’altezza del compito e comunque sempre in affanno rispetto alle necessità delle  società; basta con pulsioni gattopardesche che sono letteralmente deflagrate di fronte alla mancanza di una comunità.

Cos’è un partito unito?

Quello in cui si evita il confronto di idee e di programmi perché in realtà non ci sono idee e tutto ormai è mortificato sulla esasperata personalizzazione dei maggiorenti locali, che avvertono come unica e condivisa necessità quella di conservare lo status quo, il loro ovviamente?

Cos’è un Partito unito?

Quello in cui tacitamente i territori sono suddivisi in “circondari”, ciascuno sotto l’egida degli eletti alle più alte cariche istituzionali, per cui se esiste una questione politicamente urgente e rilevante a Lecce il parlamentare di Foggia non può intervenire e viceversa, altrimenti si consumerebbe un “reato” di lesa maestà?

Cos’è un Partito unito?

Quello in cui solo gli eletti hanno diritto di parola?

Quello in cui l’elezione a questa o a quella carica non è assunzione di responsabilità, non è farsi carico dei bisogni dei territori e dei governati, ma più pragmaticamente il trampolino per lanciare verso l’infinito e oltre carriere politiche inestinguibili?

Quello in cui il fisiologico processo di rinnovamento delle classi dirigenti è soffocato perché viene vissuto come un attentato alla “incolumità carrieristica” dei soliti tenori?

O unito è il partito in cui, per stare uniti, bisogna essere “liberi servi”, in cui si asseconda il narcisismo di chi sta più in alto al fine di garantire al proprio narcisismo la piena attuazione, essere scelti per un qualche incarico non fosse altro che per il fatto di essere stati fedeli al signorotto locale?  

Unito è il partito che ha paura di confrontarsi e che declina il confronto leale e democratico secondo il paradigma dell’uno contro l’altro?

Unito è il partito in cui c’è una patologica concentrazione di ruoli e cariche in capo a pochi?

Quello in cui ci si candida non per dare un valore aggiunto al progetto, ma per maturare una sorta di “diritto di credito” per ottenere dopo, quando non si viene eletti, una nomina in qualche ente…a prescindere dalle capacità, a prescindere dalle competenze, a prescindere dal merito?

Cos’è l’UNITA’?

Si può provare a dare risposta senza prenderci in giro?

Date le attuali condizioni del partito, cos’è l’UNITA’ se non la mortificazione di qualsiasi confronto democratico, l’ablazione delle idee, delle persone, dei talenti, delle competenze, della vita stessa del partito?

Ecco per rispondere a tutte queste domande è necessario mettere in campo una proposta politica differente, che non serva all’autoconservazione di una classe politica ma alla rigenerazione della politica nelle comunità locali, alla rigenerazione di un PD di Capitanata che sia Partito dei circoli, dei militanti, dei tesserti. Capace di interagire con la realtà che lo circonda. Non partito di clientele, ma un Partito capace di essere scelto, liberamente, convintamente per la portata del suo messaggio politico.

Un Partito fatto da donne e uomini liberi capaci di solcare le impervie strade dell’attuale fase politica attraverso l’esercizio quotidiano dell’analisi e della sintesi sui temi, sulle questioni che riguardano i territori e con essi la vita quotidiana delle cittadine e dei cittadini di questa provincia. Senza calcoli da contabile rispetto alla prossima competizione elettorale, ma con la capacità di mostrarsi come l’unica comunità organizzata capace ancora di far vibrare la forza della democrazia.

 

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