In fondo è solo un caso

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Se questo è un bambino 

A quelli che pensano come Salvini domando (ma so già che non ci saranno risposte):

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Questi bambini sono meno bambini dei nostri bambini, belli e puliti e sorridenti, magari anche biondi con gli occhi azzurri (che fa più figo)?
Questi bambini hanno meno diritto dei nostri di vivere in luoghi dove non ci sono la guerra e le povertà?
Questi bambini hanno meno diritto dei nostri di crescere con i loro genitori?
Questi bambini hanno meno diritto dei nostri di essere ben nutriti e curati (non solo in senso “medico”)?
Questi bambini hanno meno diritto dei nostri di essere protetti e amati?
Il loro pianto, che ci sbatte impietosamente in faccia la paura, la disperazione, la fame, è meno straziante di quello dei nostri bambini?
Cos’è? Se li rispediamo al mittente smettono di disperarsi e di avere paura, lasciando noi altri a crogiolarci nel caldo tepore delle nostre esistenze?
Girare la testa dall’altra parte è solo il modo vigliacco di “guardare” l’orrore. 
Non è con la semplicistica e superficiale dicotomia respingimento/accoglienza che si può ragionevolmente pensare di affrontare la questione dei migranti. 
Cominciamo con il togliere di mezzo le parole “migranti” e “residenti” e iniziamo a parlare di PERSONE. 
La povertà e la disperazione di chi arriva si “scarica” sui quartieri più poveri delle città, sommandosi alla povertà e alla disperazione di chi in quei quartieri già vive, anzi sopravvive con non pochi affanni. 
Partendo da qui, la politica riempia lo spread che c’è tra le proposizioni di principio e le azioni concrete.
A noi, tutti e nessuno escluso, il compito di predisporci a diventare comunità, non foss’altro che per smettere di provare vergogna e senso di colpa al cospetto di quel pianto disperato e del pianto disperato di qualsiasi altro “drop out”.
Perché, in fondo ma non tanto, nascere in via dei Condotti piuttosto che in tutte le “Scampie” del mondo è solo un caso, che per alcuni è stato benevolo e per altri nient’affatto.

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