#notinmyname

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Non sarà più nel mio nome

Ho aspettato alcuni giorni: volevo che la mia decisione fosse ponderata, ma non per questo meno dolorosa e amara.

So benissimo che la speranza riformatrice e il rinnovamento hanno bisogno di tempo, fatica e perseveranza per trasformarsi in pratica quotidiana, soprattutto al Sud.

All’inizio sono stata scettica nei confronti di Matteo Renzi.

Ciò nondimeno questa volta avevo deciso di sostenerlo perché credo che, nonostante alcuni errori, lui sia stato – e possa ancora essere – l’unico che negli ultimi venti anni ha avuto il coraggio e la capacità di imprimere un moto positivo a questo Paese, intrappolato da un tempo insopportabilmente lungo in un immobilismo scandaloso.

Insomma, dopo i suoi mille giorni di governo, dopo aver visto che a livello centrale stava cambiando qualcosa, ho pensato che il “miracolo” del rinnovamento potesse verificarsi pure nelle periferie geografiche e politiche.

Il congresso mi era sembrata l’occasione giusta per dare prova concreta della volontà di Matteo Renzi, la sua più di ogni altro, di rompere la filiera del mero cambio di giacchetta, funzionale alla necessità di alcuni di stare sempre a galla.

Avevo creduto fosse finalmente arrivato il momento di dimostrare che questo partito non vuole più essere prigioniero di logiche “feudali”; che vuole essere il luogo delle idee e non del conflitto; il luogo del confronto e non quello dell’attribuzione a questa o a quella corrente di quel tanto che basta per usarlo come una clava contro il segretario eletto; il luogo di un rinnovamento che diventa pratica dell’azione politica.

Era questo il momento per cominciare a rompere certi schemi e invertire la rotta.

Era questo il momento per colmare il gap tra il gradimento politico che a livello nazionale ancora riscuote il progetto di Matteo Renzi e lo svuotamento dei circoli, la disaffezione e la stanchezza degli iscritti.

Ecco, era questo il momento di mettere mano ai guasti dopo averli denunciati, soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche, quando si tratterà di proporsi al Paese con un progetto di governo e con candidati credibili.

Mi sarei aspettata un po’di coraggio, a partire da Matteo Renzi, che evidentemente non ha ben compreso che una delle cause più importanti delle sue difficoltà è stata l’aver lasciato i territori ancora in ostaggio di quelli che lui stesso ha definito “dinosauri”.

Mi sarei aspettata maggiore coerenza quando si sono fatte le liste a sostegno della sua mozione.

Ma così non è stato e io non ne posso più.

Non ne posso più di fare ricorso a una finta saggezza, a una prudenza di plastica che inducono a dire “vedrai che cambierà, ma non è questo il momento di sollevare questioni”.

Non ne posso più, per la semplice ragione che non voglio più essere funzionale a certe pratiche, a una rigenerazione che, visti certi candidati, non è di sostanza – e in alcuni casi neanche di facciata – ma è fatta in vitro in laboratorio, dove a maneggiare vetrini e provette sono sempre i soliti signori del Risiko.

Non ne posso più di dinamiche che hanno sempre i tratti di una conta interna, l’ennesima, fatta sulla pelle dei circoli, puntualmente estromessi dalle decisioni più importanti e tuttavia altrettanto puntualmente sollecitati solo quando si tratta di portare le persone a votare.

Non ne posso più di bizantinismi di schieramento, di primarie usate come “armi improprie” per impallinare questo o quello, o adoperate per il riposizionamento di certuni.

Non ne posso più delle processioni verso Roma con alcuni che, come i Magi, porteranno al neo eletto segretario non oro incenso e mirra, ma la “propria urna” con dentro i voti del 30 aprile come fossero il loro personale titolo per maturare un credito.

Lo so che ci sarà chi derubricherà tutto questo sotto la voce “ma mo’ questa che vuole ?”.

STIANO SERENI, non voglio niente di ciò che pensano.

Voglio semplicemente aprire le finestre e tornare a respirare.

Voglio sentirmi libera di non portare le persone a votare, perché non so come spiegare loro il significato di certe scelte nelle liste dei candidati all’Assemblea nazionale e voglio sentirmi libera di dirlo apertamente, senza mezzi termini, facendo seguire la coerenza e la chiarezza dei comportamenti alla radicalità di questa scelta.

Perché le idee camminano sulle gambe delle donne e degli uomini e non si può prescindere dalla necessità di allineare i dati, altrimenti a pagare il prezzo più alto saranno le idee.

Non voglio più che il mio voto serva a coloro che sono stati e sono tra i maggiori artefici dell’atrofizzazione e dell’imbarbarimento del Partito da queste parti, per continuare ad esercitare la loro nefasta influenza su questo territorio, la Capitanata, così assurdamente confermandoli nella convinzione autoreferenziale del “se così si vince, vuol dire che così com’è funziona”.

Perché se il Sud è arrabbiato con Matteo Renzi, con lui più di ogni altro, è perché proprio da lui – che aveva fatto del rinnovamento anche radicale il tratto principale del suo messaggio politico – si aspettava il coraggio di spezzare quelle catene che stanno mortificando uno straordinario capitale umano e politico, stufo di essere servente all’ingordigia di potere di alcuni, dei soliti, degli stessi.

E invece quel coraggio è venuto a mancare, almeno finora.

Ecco perché questa volta non parteciperò.

A partire da adesso non mi presterò più, non sarò più corriva, non sarà più con me e anche attraverso me, non contribuirò più a far perdere al Partito Democratico l’ennesima occasione, almeno da queste parti. Non contribuirò più a mantenerlo ancora sospeso tra quello che voleva essere quando è nato e quello che ancora non è. Tutto questo non lo accetterò più.

Non sarà più nel mio nome. #notinmyname

Il Sud non può più aspettare, non può più aspettare il Partito Democratico e, soprattutto, non può più aspettare il Paese.

Un sorriso.

P.S. Mi auguro che Matteo Renzi torni alla guida del Partito, mi auguro che torni quel Matteo delle origini, quello dell’audacia, del coraggio, della sfrontatezza e della passione, che metta finalmente in pratica quel progetto di rinnovamento nella acquisita consapevolezza che per farlo non ci possono essere scorciatoie e bisogna rischiare. Se sarà quella la strada che intraprenderà, su quel cammino ci ritroverà in tanti.

 

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Il prezzo della corruzione

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“La corruzione è Sì un problema di regole, ma prima ancora è un problema culturale”

<< E’ uno schifo!>> disse l’uomo mentre sputava il chewingum a terra.

Le regole sono le garanzie che ci scambiamo l’uno con l’altro.

La corruzione prospera perché così fan tutti, perché è un peccato veniale, perché così fanno i furbi. L’opinione pubblica è distratta, rassegnata e in alcuni casi connivente. La mentalità è che PECUNIA NON OLET. Questa mentalità ha fatto danni rilevantissimi.

La corruzione è uno strumento provinciale di blocco della concorrenza con cui un pezzo di classe dirigente ha mantenuto i suoi privilegi senza dover dimostrare di essere brava. Relazioni malate che hanno reso l’imprenditoria talmente forte da demotivare gli investimenti esteri e la necessità di investire in ricerca, innovazione e formazione. Impenditorialità corrotta che ingrassa sugli ultimi, sulle disgrazie sociali, sulle difficoltà di vivere di alcuni.

La corruzione fa danni in diritti, incalcolabili.

La corruzione impedisce che si investa sulla INNOVAZIONE: alto tasso di corruzione, basso tasso di ricerca e innovazione.

Quasi la metà delle tangenti in Europa è italiana.

C’è la subalternità della Politica ai poteri economici corrotti. Non c’è nemmeno più bisogno delle mazzette.

I fatti di MANI PULITE , secondo Davigo, hanno avuto un effetto darwiniano eliminando i corrotti e i corruttori più fessi.

Il rapporto della POLITICA con gli APPARATI non è stato quello di governarli, ma quello di OCCUPARLI.

A volte, spesso, esiste un terreno su cui macchina amministrativa e politica si incontrano e si scambiano qualcosa.

Le aziende pubbliche sono il luogo di un consociativismo perverso, luoghi in cui spartire, accaparrare che non c’entra niente con l’interesse generale.

I politici non vengono più intimiditi, ma blanditi fino a che non diventano “soci” che partecipano agli utili. Non più intimiditi, ma accomodati così sono diventati i politici, soprattutto gli amministratori locali. Per la corruzione conta più un assessore che un parlamentare.

Le società pubbliche sono humus fertile per la corruzione. La ragione per cui vengono create è per provare a spostare dagli enti locali la corruzione.

Centri di spesa locali che si sono sovrapposti o accompagnati a quelli dello Stato centrale.

Chi è più pericoloso? Pasquale Zagaria o uno di quelli “invisibili” che fanno discorsi altisonanti e poi praticano l’ ILLEGALITA’ ?

Noi siamo un Paese NIMBY PERVERSO che nel giardino di casa facciamo tutto quello che riteniamo opportuno.

La corruzione ottunde la nostra coscienza civile.

L’ IMPRINTING è un individualismo che ha come orizzonte il proprio interesse.

L’unica agenzia di controllo del nostro Paese è rimasto il diritto penale ed è un male! La politica ha troppo spesso delegato.

Quando emerge una parte di corruzione vuol dire che c’è un pezzo delle Istituzioni che è sano e di cui dobbiamo andare fieri.

La lotta alla corruzione è trasversale: bisogna fare squadra.

Per sdoganare la lotta alla corruzione occorre dimostrare che essa è conveniente. La leva morale non è sufficiente

Occorre una magistratura che funzioni senza SE e senza MA.

Ci vogliono sanzioni più efficaci: togliere i patrimoni, interdire le cariche e i ruoli.

Trasparenza dell’attività amministrativa; applicazione della legge Severino; codice dei contratti, per agevolare la semplificazione.

La Politica può disciplinare lo scontro tra gli interessi confliggenti in nome della necessità di realizzare l’interesse generale.

La Politica deve fare grandi scelte non bassa cucina. La scelta delle persone in Politica è fondamentale.

C’è la volontà della politica di AUTO RIGENERARSI ? Occorre capire questo prima ancora di capire se c’è la capacità di auto-rigenerarsi. Questo Paese ha la possibilità di un riscatto morale? Questa è la prima cosa. L’ONESTA’ è una pre-condizione.

Occorre essere credibili. Non sono le parole ma i fatti a fare il discrimine.

Non parliamo più di “legalità”, ma di RESPONSABILITA’.

Ognuno deve fare la sua parte. Le agenzie educative devono fare la loro parte. I segnali di riscatto devono venire dal basso.

I cittadini sono gli attori fondamentali accanto ai quali c’è la macchina amministrativa.

L’intransigenza non è mai stata al potere.

(pensieri e parole di Raffaele Cantone e Giancarlo De Cataldo liberamente tratte da Repidee “Il prezzo della corruzione” )

corruzione repidee

 

 

 

 

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